I ricordi dell’associazione trevisana attraverso la storia di Luigi Libralesso, ottantaseienne chiamato il “Terùn dei veneti” e sbarcato casualmente in Uruguay per cambiare dollari. Una vita spesa per i trevisani e per la comunità italiana. Accanto a lui Daniel Giammarchi, che ha preso le redini dell’associazione da pochi anni.

Italiani in Uruguay Veneti trevisani

Luigi Libralesso è uno di quegli italiani all’estero che si riconoscono subito. Seppur da 65 anni in Sud America, sembra non aver perso niente della sua terra d’origine. Quando parla in castigliano, a volte, aggiunge spontaneamente parole venete. “L’italiano l’ho imparato qui, prima parlavo solo il dialetto trevisano”.

Nel 1948, poco più che ventenne, lasciò Quinto di Treviso in cerca di fortuna verso il Nuovo Mondo. Tanti sono i particolari di quelle prime ore in terra straniera.

Italiani in Uruguay VenetiSbarcai al porto di Buenos Aires un giorno di fine ottobre del 1948. Era una giornata molto movimentata in quanto era la terza nave che arrivava dall’Italia. Ci dissero che sarebbe venuto a parlarci un uomo importante”. Gli emigrati ignoravano completamente di trovarsi di fronte uno dei personaggi politici che avrebbe segnato la storia politica dell’Argentina: Juan Domingo Perón. Peron era un cognome molto diffuso nel mio paese, pensavo che fosse un veneto ma mi sbagliai”.

Quel giorno erano in tanti gli italiani al porto ad aspettare. “Erano pieni di pacchetti perché si diceva che gli italiani morivano di fame. Quando ci videro scendere ben vestiti con giacca e cravatta rimasero increduli e buttarono tutti i regali in acqua”.

La decisione di emigrare fu presa da solo: “partii all’avventura senza pensarci molto in cerca di una situazione migliore. L’unico riferimento era lo zio di un amico che viveva in Argentina e mi poteva far lavorare”. Inoltre, anche il contesto politico dell’epoca era preoccupante per il trevigiano: “lasciai l’Italia quando si sentiva ancora l’odore delle bombe, era appena finita la seconda guerra mondiale ma non sembravano esserci le migliori condizioni pacifiche”. Il maresciallo Tito, a capo della Repubblica Socialista Yugoslava, minacciava i confini italiani. “Tito ce l’aveva con gli italiani, voleva arrivare fino a Venezia. Avevamo paura”.

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Secondo la legge argentina dell’epoca, Luigi Libralesso non sarebbe potuto entrare nel paese in quanto minore di 22 anni. “Mi firmò un documento un italiano che viaggiava con me. Molte persone fecero la stessa cosa” confessa con tranquillità tanti anni dopo.

Grazie a questo escamotage potette iniziare a lavorare come muratore nella casa di questo conoscente nel quartiere La Boca, storica zona fondata da genovesi.

La vita porteña continuò tra sacrifici e difficoltà fino al 1953. L’Uruguay, in realtà, fu una destinazione casuale nella vita di questo italiano. “A dire il vero sarei dovuto andare negli Stati Uniti, una signora mi procurò il visto. In Argentina non potevo cambiare dollari così mi consigliarono di andare a Montevideo, dove rimasi alcuni giorni”. Ma gli bastarono solo 2 settimane per innamorarsi di questa città: “mi sentivo molto bene, sembrava di essere in Italia. La gente era molto cordiale con me, mi chiamavano Tano ed erano tutti molto gentili”.

Quando tornai a Buenos Aires per prendere le poche cose che avevo stavo quasi per essere arrestato solo perché avevo con me un pane francese. Il vero motivo è che il peronismo è stato un grande nemico dell’Uruguay”. Così come aveva avuto paura di Tito nel dopoguerra, anche alcuni anni dopo provava lo stesso sentimento verso Perón, “il nuovo Mussolini”.

Italiani in Uruguay VenetiLuigi Libralesso, chiamato dagli amici veneti il “terùn”, oggi ricorda con il sorriso le difficoltà dei primi anni fuori da casa. “La realtà è che noi italiani siamo stati grandi lavoratori. Attraverso il sacrificio abbiamo fatto grandi altre nazioni nel mondo”.

Dopo numerosi sforzi da parte di un vasto gruppo di emigrati, il 6 agosto del 1978 nacque ufficialmente l’associazione trevisani in Uruguay. Tra i soci fondatori, oltre a Libralesso, restano Ezio De Gaspari e Francesco Favretto, ai quali viene mandato “un saluto speciale”.

Fino agli anni 90 oltre 100 persone partecipavano alle riunioni sociali. “Ci sono stati tanti pranzi in cui eravamo circa trecento persone, ci riunivamo con allegria ed armonia”. Il gruppo organizzò diversi viaggi in Brasile, in varie città dello stato Rio Grande do Sul, dove oltre metà della popolazione italiana emigrata veniva dal Veneto. “Non sembrava di stare in Brasile. Parlavano tutti la nostra stessa lingua, era incredibile incontrarsi con un pezzo di Veneto dall’altra parte del mondo” ricorda emozionato l’italouruguaiano.

Italiani in Uruguay Veneti8In Uruguay, la più grande conquista da parte dell’associazione è stata la costruzione di una statua a Montevideo, nel quartiere Carrasco. “Furono 7 anni di lotta e di incontri istituzionali, per noi la scultura aveva un grande valore simbolico ed affettivo”.

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Molteplici furono le vicissitudini: “inizialmente, dall’Italia, la statua stava per essere mandata in Australia. Riuscimmo a far bloccare la nave e a far cambiare destinazione. Una volta giunta a Montevideo, il camion dovette rimanere fermo due giorni all’aeroporto per via di uno sciopero dei camionisti”. Finalmente il 31 maggio del 1991 ci fu l’inaugurazione ufficiale con la partecipazione dell’allora sindaco della capitale uruguaiana, Tabaré Vázquez.

Libralesso si è impegnato a fondo per tanti anni nella collettività italiana di questo territorio, a partire dall’obiettivo iniziale di unire tutti i trevisani. “Ci sono state anche delle difficoltà e delle delusioni ma sono normali quando si fanno queste cose”. Fino a 4 anni fa ha lavorato con l’A.I.U.D.A. (Associazione Italiana in Uruguay Di Assistenza), “andavamo per le case ad assistere i connazionali in difficoltà”. Dopo anni di tanti sacrifici ed una ampia esperienza nel volontariato, è giunto ad una conclusione: “Il povero non chiede aiuto, chi lo fa è un vizioso”.

Italiani in Uruguay VenetiDaniel Giammarchi ha preso le redini dell’associazione da pochi anni. Sessantenne, nipote di trevisani, spiega che ha sempre avuto un interesse speciale per tutto quello che ha a che fare con l’Italia, in particolar modo con la storia romana. Suo nonno partì da Volpago del Montello nel 1894, in Uruguay lavorò come macchinista ferroviario e questo gli causò danni irreversibili all’udito. “Un giorno una compagna padovana del liceo mi disse dell’esistenza dell’associazione veneta. Da lì presi contatto anche i trevisani e decisi di spendermi per questo gruppo”.

La comunità trevisana, attualmente, organizza 2 pranzi all’anno per “continuare a mantenere le radici ed i legami con la provincia di Treviso ed il Veneto”. L’11 agosto di quest’anno ha avuto luogo il grande festeggiamento per i 35 anni dell’associazione a cui hanno partecipato circa 80 persone. “Prossimamente organizzeremo un’iniziativa per pulire la nostra statua di Montevideo. Abbiamo già ottenuto il permesso dal comune” promette Giammarchi.

Italiani in Uruguay VenetiNella Repubblica più “futbolera” del mondo non poteva mancare anche una squadra di calcio legata a questo pezzo d’Italia all’estero. Il nome è univoco, Treviso. Milita nel campionato amatoriale ed ha gli stessi colori sociali dei “cugini” italiani: bianco e celeste.

La Gente d’Italia 07/11/2013

commenti
  1. […] italianità: il padre è trevisano, da parte materna è invece discendente toscana. “Nell’associazione trevisana mi hanno praticamente visto crescere, in seguito ho aderito con entusiasmo al Cavu per unire tutti […]

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