Riflessioni filosofiche su potere mafioso e rivolta sociale (4)

Rivolta e Libertà

Ipotizzare una rivolta contro un dominio (mafioso) può risultare più facile per coloro che risiedono lontani dai territori oggetto del controllo, una realtà diversa invece è quella che vivono le persone che quotidianamente risiedono in quei territori e stanno a contatto con la società, ne ascoltano le voci e ne respirano l’aria tutti i giorni.

In questo i giornalisti a differenza dei magistrati (nella maggior parte dei casi tutelati dallo stato con la scorta) costituiscono un punto di svolta. Un atto rivoltoso, ogni qual volta non ci si autocensura pubblicando una notizia vera e scomoda, rimbomba sulla società talvolta anche più efficacemente delle singole inchieste della magistratura. Poiché un giornalismo libero e coraggioso può generare dibattiti nella società.

Può essere utile in questa sede riprendere il pensiero di Albert Camus, scrittore e filosofo franco-algerino che quasi sessanta anni fa immaginava una nuova rivolta in contrapposizione con le rivoluzioni del Novecento sfociate nel sangue e nell’orrore.

Ne Il mito di Sisifo l’autore ribadisce l’assurdità della vita, proprio come l’inutile fatica di Sisifo. Tuttavia il suicidio non è la soluzione: il mondo ha un senso solo se lo si costruisce, ciò che è importante è l’impegno degli uomini.

Di fronte all’assurdità del caso calabrese e alla sua passività, una soluzione di non-rassegnazione può essere la rivolta. <<Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no>>.

Così si apre l’opera L’uomo in rivolta, scritta nel 1951. La rivolta di Camus nasce dal sentimento di orrore provato da quella generazione che, ventenne, vide tutta la brutalità dei regimi comunisti e nazifascisti. In terre di mafia, invece, le giovani generazioni non trovano neanche un briciolo dei milioni di morti di quegli anni, ma assistono comunque ad una bassezza morale provocata dalla rassegnazione a consegnarsi ad un potere mafioso pur sempre assoluto. Sono due le strade che i giovani possono intraprendere: decidere di restare ma arrivando a compromessi obbedendo al potere, oppure emigrare (<<unica forma di ribellione>>).[1]

Entrambe le soluzioni sono drammatiche perché negano qualsiasi possibilità di speranza.

La rivolta camusiana può nascere in società dove le disuguaglianze siano molto grandi o dove l’uguaglianza sia assoluta: la disparità economica nella regione calabrese trova uno dei tassi più alti di tutta la nazione (il tasso di incidenza di povertà relativa è del 27,4% contro una media nazionale di 10,8%).

Albert Camus critica l’assunto nichilista secondo cui <<niente è vero, perciò tutto è permesso e niente importa>>. Questo pensiero pessimista, ben riscontrabile oggi, è un pensiero scoraggiato che inevitabilmente porterebbe ad <<accettare di servire la tirannia>> abbandonandosi al corso fatale della storia.

Nella società calabrese sembra riflettersi il forte <<desiderio di semplificazione e di subordinazione culturale>> di cui parlava Camus: confondendosi gli uni con gli altri nella rassegnazione si continua a non partecipare in prima persona nella lotta antimafia.

Ma, continuando in questa direzione, <<il mondo resterebbe nelle mani di chi cerca il potere e le nostre anime andrebbero distrutte>>. Camus concepisce questa rivolta come una negazione, con un semplice “no” (pronunciato ad esempio da uno schiavo che non tollera più la situazione), riconoscendo il fatto che si sia superato un limite. L’affermazione del limite risponde ad un’esigenza molto pratica, costituisce il primo passo per ribellarsi (la rivolta quindi non nasce da un principio). Noi, invece, quanto tempo dovremmo ancora aspettare per vedere affermato tale limite? Quante altre volte dovremmo volgere lo sguardo e fare finta di non vedere?

Da questo “no” iniziale, però, nasce anche un “sì”: la rivolta ha infatti come unico valore la vita affermandone l’inviolabilità, stabilendo l’esistenza di un qualcosa di cui bisogna prendersi cura. Si sceglie di vivere, di lottare e di sperare.

Anche se nell’atto di rivolta si rischia la vita è opportuno ricordare che <<non c’è niente per cui valga la pena morire>>.

La caratteristica più interessante di queste parole è il rifiuto di qualsiasi forma di eroe, concetto ritenuto una menzogna, una truffa sociale. Identificandosi con l’altro individuo, nel moto di rivolta è centrale la solidarietà: <<Mi rivolto, dunque siamo>>. Siamo, non saremo: la speranza del cambiamento non è una promessa futura e lontana. E’ il nostro immediato presente. Il vero eroe non è colui che ammazza, ma piuttosto colui che esprime fratellanza al prossimo.

Se le parole dello scrittore francese si riferivano alla lotta della sua epoca contro il nazifascismo, oggi possono essere efficacemente contestualizzate al caso dei giornalisti calabresi.

La Calabria non ha bisogno di eroi, non può aspettare di vedere magistrati o giornalisti uccisi per far risvegliare coscienze addormentate. Al mondo assassino della violenza Camus oppone un mondo basato sulla comunicazione, perché il pensare può essere uno strumento fondamentale per sviluppare condizioni pacifiche attraverso un’apertura al discorso.

Come si può tradurre tutto questo oggi in Calabria?

Provando ad abbattere il muro del silenzio e dell’omertà, sembra suggerirci lo scrittore francese. E questo avvertimento oltre mezzo secolo dopo vale ancora. Anche se continuano ad esserci uomini che <<è impossibile persuadere>>, ma questo avviene perché (per loro) <<non ci sono altre storie>>. E’ ovvio che sono ancora molti i calabresi impossibili da persuadere che sembrano non avere <<orecchi e neppure voce>>, la loro è una libertà d’obbedienza: <<è una non libertà>>.

Occorre dunque rompere il silenzio. Ma per fare questo bisogna essere liberi, solo la libertà mantiene la comunicazione sempre possibile.

A tal proposito Albert Camus prova a dare una definizione di libertà. Ci prova in quanto definire la libertà può essere pericoloso poiché si potrebbe essere accusati di esserne gli unici garanti. <<La mia definizione>> sottolinea lo scrittore francese è che <<la mia morte appartiene solo a me stesso>>. Affermare questo implica anche che la vita appartiene ad ognuno di noi stessi. E’ opportuno ricordare che tale rivolta ha anche dei limiti. Innanzitutto è necessario restare nella relazione con il “no”, con la negazione: il valore che fonda la libertà nella rivolta non è dato una volta per tutte, ma bisogna riconfermarlo.

Ed anche il giornalista, giorno dopo giorno, articolo dopo articolo, dovrà sempre tenere fede al principio di verità.

Oltre che al “no”, la rivolta deve anche necessariamente tener fede al “sì”, schierandosi a favore della vita. Il terzo limite impone al singolo di rifiutare di imporsi come assoluto e di rendere manifesto all’altro questo suo rifiuto.

Il sentimento di rivolta nasce dalla percezione di un destino comune che gli uomini hanno, una volta rimossa l’indifferenza (e si potrebbe anche aggiungere l’omertà).

Si potrebbe provare ciò che Adam Smith chiama Simpatia. Se noi vediamo una persona che soffre (nel nostro caso un giornalista vittima di violenze), a prima vista, soffriamo anche noi. Ma poi ci rendiamo conto che non potremmo mai sentire lo stesso dolore degli altri, siamo quindi vittime di un illusione, di un inganno. Eppure questa situazione erronea indica una curiosità nell’apertura verso l’altro ed il fatto che sia impossibile provare la stessa sofferenza altrui lo possiamo dimenticare pian piano.

Cosa diversa è invece la Compassione che, etimologicamente, indica la stessa cosa della simpatia. Spesso, però, nel secondo termine emerge un senso di superiorità verso colui che soffre.

E’ dunque lecito chiedersi se la società calabrese stia oggi provando simpatia o compassione verso giornalisti e magistrati minacciati dalla ‘Ndrangheta (il possibile sentimento di compassione potrebbe essere quello di coloro che riflettono su tali intimidazioni dicendo <<in fondo se l’è cercata>>).

Se Camus vedeva nella rivolta un’affermazione della libertà, Roberto Escobar ne analizza un secondo stadio: non è colui che si rivolta ma siamo noi che, vedendo ciò che egli è costretto a subire, diciamo no prendendo partito. Schierandoci affermiamo la nostra libertà. Ecco perché l’occhio (straordinario strumento di controllo del potere) può diventare un mezzo per raggiungere la libertà. Effettivamente è proprio la cultura omertosa delle organizzazioni criminali a reprimere l’uso di due sensi: gli occhi (per vedere) e la bocca (per parlare). Il giornalista vedendo e parlando offusca la cultura del silenzio.

La comunanza dei destini tra giornalisti e società calabrese è il punto fondamentale di partenza: ogni qual volta un giornalista viene minacciato si assiste una sconfitta per la democrazia, un tradimento della Costituzione che accomuna tutti i cittadini calabresi (anche coloro che criticano e disprezzano i cronisti).

Coloro che minacciano la libertà di stampa (mafiosi e non) sono gli stessi che succhiano i fondi europei destinati allo sviluppo del territorio, che inquinano la terra con i rifiuti tossici o che compiono varie azioni lesive dei diritti collettivi.

La separazione dei destini, a volte, implica anche una complicità con la macchina del potere. A essere legittimata è una cultura liberticida ed omertosa, i suoi effetti si propagano nel tempo e  possono nuocere come le singole azioni mafiose.

Ma può realisticamente nascere una ribellione se i criminali sparano e uccidono? Questo non bisogna mai dimenticarlo.

La principale sfida dello Stato, quindi, diventa quella di tutelare cronisti di provincia che, a differenza di Saviano o di altri, vivono senza scorta e nella solitudine e sono di conseguenza obiettivi più facili da eliminare.

La Calabria ha oggi una nuova generazione di giornalisti “in rivolta” che hanno smesso di autocensurarsi nel raccontare la realtà esistente.

Ma questi giornalisti da soli non potranno mai arrivare ad una vera rivolta contro la ‘Ndrangheta: è necessaria l’azione della società civile. Siamo proprio noi infatti che, vedendo con i nostri occhi ciò che è costretto a subire un giornalista, potremmo e dovremmo intervenire affermando la nostra libertà e riconoscendo il fatto che si sia oltrepassato un limite.

E’ solo un inizio, ma potrà risultare fondamentale.

Matteo Forciniti Università degli Studi di Milano, Facoltà di Scienze Politiche 4/4

[1] <<L’emigrazione [rappresenta] proprio quella consapevolezza , quella scelta coraggiosa, quella fuga che permette l’unica forma di ribellione, probabilmente, rispetto a un sistema sempre uguale, causa di paure, arretratezza e ramificazione della ‘Ndrangheta>>. Emiliano Morrone Francesco Saverio Alessio La società sparente, pag. 121.

Quasi il 60% degli studenti calabresi ritiene che la ‘Ndrangheta possa rappresentare un forte ostacolo per la costruzione del proprio futuro.

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