Riflessioni filosofiche su potere mafioso e rivolta sociale (3)

Legittimazione e Rassegnazione

Il termine Istituzione richiama il concetto di immobilità, ossia di qualcosa che resta fermo, che sta: la parola latina institutio infatti deriva dal verbo instituire cioè stabilire, porre. Indica un qualcosa che sta alla base, che rimane anche quando tutto il resto cambia. L’istituzione-mafia è sopravvissuta ad innumerevoli mutamenti storici quali il fascismo, le due guerre mondiali, la guerra fredda, il Sessantotto, la prima repubblica (le prime presenze della ‘ndrangheta in Calabria risalgono al 1884.)

In tutti questi anni si è progressivamente accettata questa forma di autorità grazie alla rimozione delle domande di legittimità in un fenomeno che Stanley Cohen chiama Diniego culturale. Tale fenomeno si verifica quando <<nella società si giunge ad accordi non scritti su cosa possa essere pubblicamente ricordato e riconosciuto>>.

La particolarità del nostro contesto la si ritrova nel modo con cui la mafia è stata raccontata dalla storia pubblica, ossia prevalentemente attraverso romanzi o opere cinematografiche. (Ma ciò è vero solo per la mafia e non certo per la ‘Ndrangheta che gode di radici meno antiche).

Nella prassi quotidiana prevalentemente televisiva tutto questo è stato tradotto nel parlare di mafia solo in maniera spettacolare attraverso la finzione e non approfondendo i rapporti istituzionali che sono fondamentali per l’esistenza di tale dominio. Ad esempio se la fiction Il Capo dei Capi si conclude con la mancata perquisizione del covo di Totò Riina, non sarebbe utile un approfondimento giornalistico su vicende di cui oggi abbiamo molte informazioni?

Indipendentemente dall’origine dell’istituzione, ciò che risulta fondamentale è la <<scrittura della storia pubblica>> che produce la legittimazione ed il modo con cui tutto questo viene eseguito è fondamentale per due motivi. Innanzitutto si concorre alla credenza che ogni punizione possa essere violata: quando un imprenditore vede che la proprietà di un suo collega è stata bruciata, si scoraggerà da un possibile atto di disobbedienza.

In secondo luogo ogni istituzione ha interesse affinchè essa venga presentata come il frutto di nobili origini. Nel secondo dopoguerra la ‘ndrangheta godeva di un certo fascino tra le fasce più povere delle popolazioni rurali poiché (in una visione romantica e idealizzata) essa era considerata <<un’ organizzazione popolare di autodifesa>> contro i soprusi dello stato.

Il concetto di storia pubblica indica verità parziali accettate dopo essere state raccontate nel tempo e provocano l’obbedienza al potere (è stata analizzata da diversi autori tra cui Persio Tincani e Roberto Escobar). Credere alla storia pubblica significa <<partecipare ad un processo generale di autorepressione>> scrive Barrington Moore Jr. in Le basi sociali dell’obbedienza e della rivolta.

Nel nostro caso comunque la storia pubblica per eccellenza che rimuove le domande sulla legittimità ci produce una sola cosa, la Rassegnazione a non impegnarsi in prima persona e a delegare l’attività antimafia alle solite poche persone (magistrati, giornalisti o attivisti).

Molto frequentemente sentiamo questa frase: <<la prima mafia è lo stato, colluso>>. Non capita poche volte che cittadini intervistati sulla presenza criminale nel territorio rispondano <<andate a Roma, in Parlamento, lì c’è la mafia>>.

Tutto questo ha una complessa origine storica ma ha anche alcuni tratti di verità. La conseguenza più lampante (certo non l’unica) dell’ Unità di Italia è stata quella di far crescere le organizzazioni criminali: basta menzionare la presenza della camorra nei plebisciti farsa del 1860.

Lo stato italiano si è affidato alle organizzazioni criminali per mantenere l’ordine in alcuni territori e, durante la guerra fredda, la funzione anticomunista è risultata decisiva.

In seguito le singole storie di uomini politici in rapporti con personaggi mafiosi hanno fatto il resto. Giulio Andreotti ieri (dichiarato colpevole fino al 1982 da una sentenza ma prescritto), Marcello Dell’Utri, Nicola Cosentino e Totò Cuffaro a giudizio oggi.

La conseguenza creatasi è un’enorme sfiducia verso una reale possibilità di sconfiggere la mafia da parte dello stato (a differenza invece di quanto fatto con il terrorismo).

In Calabria tutto ciò è ben dimostrato anche dalla bassa partecipazione elettorale che nelle regionali del 2010 si è fermata al 59%. Ma nello stesso stato ci sono anche singole storie, di singoli uomini che hanno provato a fare qualcosa e ne hanno pagato con la vita tali azioni. Si potrebbero ricordare Dalla Chiesa, Scopelliti, Falcone e Borsellino (ma l’elenco è lungo). Sarà un caso ma proprio sulla morte di quest’ultimo sta emergendo un’ inquietante complicità di “apparati deviati” tra i servizi segreti italiani.

Matteo Forciniti Università degli Studi di Milano, Facoltà di Scienze Politiche 3/4

Prima Parte

Seconda Parte

Quarta Parte

commenti
  1. […] Matteo Forciniti Università degli Studi di Milano, Facoltà di Scienze Politiche 4/4 Prima Parte Seconda Parte Terza Parte […]

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...