La filosofia contro la mafia (1)

Pubblicato: 25 luglio 2012 in Italiano, Mafia, Università
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Riflessioni filosofiche su potere mafioso e rivolta sociale (1)

La criminalità organizzata esercita sulla società calabrese una particolare forma di dominio, avendo contemporaneamente i tratti della Potenza, del Potere e dell’ Autorità.

La Potenza  si basa sul comportamento del dominato, al quale corrisponde la volontà del dominante (il boss). Ma questa volontà si realizza solo per la minaccia della violenza mafiosa: in pratica, è la paura il sentimento che mi spinge a pagare il pizzo, perché disobbedendo troverei la mia proprietà bruciata o potrei essere ucciso.

Il Potere esiste grazie al decisivo comportamento del soggetto dominato, il quale accetta di conformarsi al comando: in questo caso l’obbedienza è totale e non è (solo) mossa dalla paura come nel caso della potenza ma dipende da una credenza ormai accettata. Il potere ha una particolarità: anche senza che il dominante impartisca un comando, egli è tale.

Ad esempio negli anni settanta gli imprenditori settentrionali prima ancora di ricevere minacce ed iniziare i lavori sull’autostrada Salerno – Reggio Calabria andavano direttamente dai boss della ‘Ndrangheta per accordarsi sulla percentuale da pagare (i boss non disponevano di certo delle ricchezze di cui godono oggi).

Se il rapporto di potenza ha l’obiettivo di sconfiggere il dominato, nel potere si cerca solo che il dominato obbedisca. Ma il successo di un rapporto di potere dipende solo da una credenza ormai accettata. Di conseguenza la domanda che ci si dovrebbe porre non è “perché si obbedisce?”, ma “perché esiste un obbligo all’obbedienza?” La legittimità è esclusiva del rapporto di potere e ce ne fa comprendere le caratteristiche peculiari; essa rappresenta l’insieme delle ragioni che producono la credenza che si deve obbedire.

L’ Autorità  è una forma autonoma di dominio con tratti sia del potere che della potenza. Esistono due concezioni di Autorità, una classica (tradizionale di Max Weber) ed un’altra basata sulle competenze: in quest’ultimo caso le due principali competenze che sembrano riguardare l’autorità mafiosa sono l’amministrazione della giustizia e l’offerta di lavoro. Se analizziamo l’autorità attraverso le presunte competenze che può avere il dominante, essa può trasformarsi in dominio in due passaggi. Inizialmente l’autorità del boss mafioso è dovuta al fatto che le sue azioni sono buone, in seguito le azioni saranno accettate solo perché è proprio l’autorità a farle.

Il caso calabrese può fornirci un utile esempio su come un territorio venga usurpato dal potere mafioso, un sistema di dominio esercitato pur sempre da una minoranza. Gli abitanti calabresi rimasti (ossia sopravvissuti alle ondate migratorie) sono oggi circa 2 milioni; secondo le forze dell’ordine, invece, sarebbero circa 6.000 gli affiliati alle 155 ‘ndrine locali (la densità criminale in Calabria è pari al 27% contro il 12% della Campania ed il 10% della Sicilia).

Si tratta di una minoranza che riesce, però, a fatturare approssimativamente 44 miliardi di euro ogni anno: più della cifra delle attività legali nella regione che resta una delle zone più povere d’Europa.

In questa serie di articoli si cercherà di analizzare la Mafia come istituzione dominante in un territorio nel quale si ha il monopolio della forza, dove se succede un problema (si subisce un furto ad esempio) ci si rivolge ai boss che amministrano la giustizia, dove si pagano le tasse (il pizzo).

Non sono forse questi i requisiti fondamentali dello Stato Moderno? Inoltre, in questi territori sono i boss a decidere chi assumere nelle imprese e da dove comprare i materiali (distribuire lavoro in zone povere è fondamentale per accrescere il consenso).

Ma ci si porrà alcune domande: questo dominio è accettato dalla società? Da dove trae origine la legittimità? E’ immaginabile una rivolta civile?

Si badi bene che la stessa istituzione-mafia per proteggere il suo potere cerca di rimuovere queste domande ogni qual volta che qualcuno provi a porle. Tale rimozione spesso non avviene in modo violento, ma attraverso la delegittimazione degli esponenti coinvolti in attività antimafia.

Matteo Forciniti Università degli Studi di Milano, Facoltà di Scienze Politiche 1/4

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