Il 2010 è stato una anno difficile per la libertà di informazione in Calabria. Notevoli atti intimidatori hanno minato il lavoro di numerosi giornalisti.

Una tesi di ricerca per l’Università degli studi di Milano – relatore prof. Nando Dalla Chiesa – porta nuovi elementi per comprendere il fenomeno.

A ostacolare la libertà di informazione in questa regione non è soltanto la mafia, ma un sistema composto da vari soggetti e altri gruppi di potere non sempre identificabili.

In Calabria le prime reazioni degne di nota della società contro la mafia furono quelle degli anni Ottanta, quando la ‘ndrangheta uccise alcuni dirigenti locali del Pci. Parallelamente, nello stesso periodo i sequestri di persona accesero le prime luci a livello nazionale: man mano che cresceva l’interesse dell’informazione, si manifestarono i primi tentativi di ribellione civile.

Negli anni Novanta si è invece registrato un sostanziale silenzio mediatico. E proprio questo è considerato decisivo da parte di diversi studiosi e magistrati per spiegare la progressiva conquista dell’enorme potere che oggi la criminalità organizzata calabrese detiene.

L’intensità dell’approfondimento giornalistico, in Calabria, è ripreso infatti solo a partire dalla seconda metà degli anni novanta.

Il vuoto di quegli anni ci porta oggi a rilevare che quella calabrese appare una società che ha bruciato le forme intermedie di discussione civile e democratica, che di fatto non rispetta i giornalisti e il loro lavoro. La stampa, in passato, narrava le gesta della mafia calabrese: l’articolo, carico di folclore, non creava problemi alle ‘ndrine. Michele Albanese de Il Quotidiano della Calabria ci ricorda che ‹«questo tipo di racconto, anche inconsapevolmente, contribuiva a costruire la fama del “capobastone” (il nome che si dà a chi comanda una ‘ndrina, cioè il capo di una famiglia mafiosa locale, ndr), la loro autorità sul territorio. Le cose oggi sono cambiate. La magistratura è cambiata e anche l’informazione fa la sua parte».

Il giornalismo, che può rendere i cittadini più informati e consapevoli dei loro diritti, per la logica mafiosa è un lavoro di “infami”, di “traditori”. In Calabria la parola “infame” oggi è rivolta anche ai giornalisti che, minacciati, spesso rinunciano a presentare denuncia, anche per proteggere e rassicurare la propria famiglia.

Essere giornalista in questa regione non è facile, la paga è, più o meno, di 200 o 300 euro al mese. Ciò non è da sottovalutare perché, con un simile guadagno una persona è più ricattabile, intimidita, isolata. Diverso è se le (doverose) battaglie per l’informazione sono condotte da chi guadagna bene e ha un grande pubblico. Chi in Calabria ha il coraggio di denunciare i soprusi vive un dramma personale, poiché oltre a scontrarsi con i poteri forti, si imbatte con la criminalità, pronta a sparare. La rete dei poteri pubblici nel sud Italia è più debole e, di conseguenza, anche l’informazione, che accetta tacitamente l’autocensura.

Dal 3 gennaio 2010 (giorno della bomba al Tribunale di Reggio Calabria) si registra un forte aumento della tensione. Secondo Giuseppe Pignatone, procuratore di Reggio Calabria, «l’esercizio di ciò che è considerato normale nel resto del Paese, la libertà di stampa, in Calabria è percepito come qualcosa di straordinario a causa della pervasiva attività delle cosche. Questa regione poi è succube di uno storico isolamento informativo. Far conoscere le storie dei cronisti minacciati è invece la prima e fondamentale forma di tutela della loro incolumità».

Fattori che ostacolano la libertà di informazione.

Si possono individuare diversi fattori che in Calabria ostacolano la libertà di informazione. Oltre alle minacce che arrivano dai gruppi di potere (mafioso, politico ed economico), sono gli editori, a volte, a censurare il cronista anche trasferendolo. L’autocensura non riguarda le semplici cronache, bensì le reti di complicità di cui l’organizzazione mafiosa gode nella cosiddetta Zona grigia.

Un mezzo per influenzare la linea editoriale è la pubblicità, dato che senza di essa (spesso istituzionale, quindi dipendente dai politici) i media non possono vivere. Un altro caso è quello della magistratura, che ha ostacolato spesso lo sviluppo di un libero giornalismo attraverso l’accoglienza di “facili” querele sfociate in perquisizioni e sequestri, rivelatisi inopportuni.

Un elemento nuovo che può rivoluzionare l’intero sistema di informazione regionale è Internet con i suoi blog e siti d’informazione. Tuttavia diversi aspetti ne limitano ancora l’impatto e sono difficili da rimuovere.

Classificazione e tipologie delle minacce ai giornalisti.

Più di un terzo delle minacce ai giornalisti riguarda la provincia di Reggio. Segue, con il 24%, la provincia di Cosenza che implica la criminalità sia della fascia tirrenica che di quella jonica.

Nel crotonese e nel catanzarese gli indici sono più bassi, ciò nonostante il fenomeno riguarda l’intera regione. Ma è importante rimarcare che si tratta di dati sono parziali, perché di fatto molti casi non vengono affatto denunciati.

Come si minaccia o si isola concretamente un giornalista in Calabria?

Il dato che maggiormente fa riflettere riguarda gli allontanamenti, ossia i casi dei giornalisti licenziati o dimessisi: il 33% degli atti intimidatori non avviene con la violenza o la minaccia di morte, ma è nel silenzio che spesso si riesce a “bloccare” il lavoro del cronista.

Oltre il 20% dei giornalisti subisce un’azione diretta, o contro di lui (l’aggressione fisica è il caso estremo) o contro i suoi beni (incendio o furto dell’auto). Prima, però, ci sono avvertimenti con lettere (la modalità più frequente), telefonate, oppure “simbolici” come pallottole o teste mozzate di animali. A volte, per creare un clima di terrore e convincerlo a smettere, i “messaggi” li ricevono i familiari del giornalista. Ma quando ad ostacolare la libertà di informazione sono le istituzioni (un consiglio comunale che espelle i giornalisti, oppure la magistratura con perquisizioni e sequestri), risulta alquanto anomalo. Molti giornalisti, inoltre, hanno sperimentato più tipologie di attacco.

Chi ostacola la libertà di informazione in Calabria?

Nella maggior parte dei casi si possono individuare quattro ambienti ostili all’attività giornalistica. In un buon 25% non si comprende se l’ambiente ostile è quello politico o quello della criminalità, perché l’intimidazione arriva proprio dopo che si è scritto sui rapporti tra i due ambienti. Chi è che minaccia? Difficile sapere. Spesso entrambi i soggetti (politico e mafioso) hanno interesse a zittire il giornalista. Nel 35% dei casi non è la ‘ndrangheta ad agire. Possono intervenire altri gruppi di potere, specialmente l’imprenditoria o la magistratura. Identificare i vari gruppi di potere che nutrono interessi su questioni approfondite dai giornalisti è complicato. E spesso è l’ambiente massonico a interagire con gli altri, pur mantenendosene separato.

Matteo Forciniti – Narcomafie, num.15 luglio/agosto 2011


commenti
  1. irishstef71 scrive:

    Reblogged this on Un orsacchiotto con le batterie and commented:
    Un pezzo di Matteo Forciniti – Narcomafie, num.15 luglio/agosto 2011 – in cui si analizzano le spinose questioni rigardanti la libertà d’informazione in Calabria nel 2011, prendendo spunto dai dati contenuti in una tesi di ricerca per l’Università degli studi di Milano con relatore il prof. Nando Dalla Chiesa.

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